Una nuova follia della globalizzazione .Così la soia destinata al fabbisogno della Cina distrugge l’Amazzonia. A causa degli allevamenti intensivi di maiali, la Repubblica popolare è costretta a importare enormi quantità di questo legume dall’America Latina. Soprattutto dopo i dazi di Trump. Il risultato? L’incremento della distruzione della foresta e della biodiversità.

 In Cina vivono quasi 1 miliardo e mezzo di persone. Nella cucina e nella dieta cinesi il maiale ha un ruolo preminente: lo si ritrova nella stragrande maggioranza dei piatti tipici, da Nord a Sud, dalla gastronomia pechinese a quella shanghaiese fino a quella più conosciuta anche fuori dai confini del Celeste Impero, la cucina cantonese.

GLI ALLEVAMENTI INTENSIVI E IL FABBISOGNO DI SOIA

Per soddisfare il fabbisogno alimentare di questa sterminata massa di divoratori di maiale è necessario allevare e soprattutto nutrire centinaia di milioni, miliardi di suini, in allevamenti intensivi dove gli animali si cibano, per la stragrande maggioranza, di soia. E per alimentare questa sterminata moltitudine di maiali, sempre in costante aumento visto il progredire dell’economia e quindi del mercato alimentare, ci vogliono quantità sempre più mostruose di soia. Centinaia di milioni di tonnellate di soia da coltivare e poi esportare in Cina.

E dove si può trovare lo spazio da destinare alla monocultura di questo legume? Al centro dell’America Latina, tra Mato Grosso, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e l’est della Bolivia. Più o meno dove sta l’Amazzonia. E infatti questa immensa area al centro del continente sudamericano si è ormai conquistata il nome immaginario di “Repubblica Unita della Soia”. Si estende su una superficie di 46 milioni di ettari: una volta e mezzo la superficie dell’Italia.

Il maiale è uno degli alimenti più diffusi in Cina. AMAZZONIA A RISCHIO

E mentre Greta Thunberg e i suoi seguaci, da un capo all’altro della Terra, si riuniscono per manifestare nel secondo sciopero mondiale per il clima, pochi si ricordano del principale motivo dello scempio che sta avvenendo proprio in quel polmone verde del Pianeta del quale si denunciano gli incendi e le devastazioni, volti a sottrarre altri milioni di ettari alla foresta per ottenere nuove aree da coltivare. Da coltivare a soia, per il mercato cinese.

COSÌ IL LEGUME HA MANGIATO IL CERRADO

In un mondo sempre più interconnesso, infatti, l’affermazione del meteorologo statunitense Edward Lorenz che nell’ormai lontano 1979 disse «il battito di ali di una farfalla in Brasile può causare un tornado in Texas» risulta quantomai attuale e dimostrata dai fatti. Il modello di produzione e commercializzazione degli alimenti, che oggi ha assunto dimensioni globali, rischia di avere un impatto disastroso sugli equilibri ambientali, economico-sociali e persino culturali di vaste aree del Pianeta. E riduce drasticamente i “gradi di separazione” tra mondi solo apparentemente lontani e non comunicanti. Il Mato Grosso è l’area del globo dove più si può notare la devastazione causata da questo trend alimentare infernale. ll boom della soia ne ha profondamente trasformato il territorio. Un tempo tutta l’area era coperta dal cerrado, una foresta di alberi e arbusti nota ai naturalisti di tutto il mondo per la sua incredibile biodiversità. Oggi, la “foresta spessa” (il significato di “mato grosso” in portoghese) semplicemente non c’è più. Rasa al suolo per lasciare spazio a monocolture che si estendono a perdita d’occhio. E dove i bulldozer non arrivavano, ci hanno pensato gli incendi, appiccati alla bisogna.

LA METAMORFOSI: DALLA FORESTA AI CAMPI

La grande metamorfosi è avvenuta non molto tempo fa. Il governo brasiliano, grazie al lavoro di un importante istituto statale di ricerca agraria, negli Anni 80 annunciò pomposamente di avere realizzato il «miracolo del cerrado»: trasformare questo territorio inospitale e inadatto all’agricoltura nel centro nevralgico dello sviluppo agro-industriale del Paese. Dove si estendeva una immensa foresta, oggi ormai si estendono milioni e milioni di ettari di una sola monocultura intensiva: la soia. E addio biodiversità. La crescita della produzione di soia ha ritmi incredibili: dai 32 milioni di tonnellate del 2000 siamo ormai arrivati ai 117 milioni di tonnellate del 2017, in crescita esponenziale. Solo nel Mato Grosso, si è passati dai 3 milioni di ettari del 2000 agli attuali 7 milioni. Per consentire un confronto, basti considerare che, se nel 1950 la produzione mondiale di soia era pari a 16 milioni di tonnellate, oggi è pari a 22 volte quel valore: 352 milioni. Nello stesso periodo, il grano, il mais, il riso – elementi base dell’alimentazione mondiale – sono aumentati “solo” di tre o quattro volte.

LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA DEI DAZI

Il mondo chiede soia. E gran parte della soia che viene prodotta in Mato Grosso non rimane nel Paese, ma finisce molto lontano nel mondo. Dove? Soprattutto in Cina, come abbiamo detto. Dei 117 milioni di tonnellate prodotte nel 2017, infatti, ben 54 sono partiti in direzione dell’ex Celeste Impero e solo 14 milioni sono finiti in Europa. La recente guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina ha drammaticamente accelerato questo processo. Da quando, nel luglio 2018, l’amministrazione Trump ha imposto dazi doganali nei confronti di varie merci cinesi, il governo di Pechino ha reagito imponendo una tassa del 25% sulla soia statunitense. Risultato: nel novembre 2018, per la prima volta da 20 anni, la Cina non ha importato un singolo seme di soia dagli Stati Uniti (nello stesso mese del 2017 ne aveva importate 4,7 milioni di tonnellate). Così, Pechino ha aumentato le importazioni dal Brasile, esaurendo tutte le scorte e spingendo gli imprenditori agricoli del Mato Grosso e degli altri Stati vicini ad aumentare la produzione. A ogni costo.

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