Riforma del MES , il Fondo salva stati UE. Cosa non vogliono dirci. E cosa vogliono farci. Il caso MES spiegato in termini comprensibili dagli interventi di tre esperti che hanno studiato le carte : Ascanio Bernardeschi , Rolando Vitali , Francesco Cappello .

Con le modifiche al Meccanismo europeo di stabilità si accentuano i vincoli finanziari nell’eurozona e la finanza espropria gli Stati dei loro poteri, a danno dei lavoratori e delle classi popolari. Una sorta di lotta di classe asimmetrica. Così, si è iniziato a parlare da fine primavera scorsa, quando la Lega era ancora al governo del paese, delle modifiche al c.d. Fondo salva stati, fondo con cui l’Ue dovrebbe  “aiutare” (le virgolette sono d’obbligo) i paesi in difficoltà, cioè quelli più indebitati. Ma prima di vedere di cosa si tratta, ragioniamo su alcune regole cui devono sottostare i paesi dell’Unione Europea (Ue), secondo il Trattato di Maastricht.

Una di esse dice che nessun paese può avere un disavanzo della bilancia commerciale con l’estero (differenza fra esportazioni e importazioni) superiore al 4% né un avanzo superiore al 6%. Ma la virtuosa Germania non è in regola perché ha stabilmente avanzi maggiori. I surplus economici (= gli avanzi) della Germania verso in paesi dell’Ue corrispondono ai disavanzi di questi ultimi. Tuttavia nessuno richiama la Germania e sul banco degli imputati vengono messi solo i paesi in disavanzo. Un’altra conseguenza del Trattato è l’impossibilità degli stati in disavanzo commerciale con l’estero di compensare questo svantaggio competitivo con la svalutazione monetaria, visto che la moneta unica è gestita dalla Bce.

Le due cose messe insieme hanno effetti pesanti. Infatti, un indebitamento netto con l’estero del sistema delle imprese dipende dal fatto che nella nazione si acquista più dall’estero di quanto si riesca a vendere, che si consuma più di quanto si incassi, che siamo debitori verso l’estero e che il risparmio netto è negativo. Ciò implica che non possono esserci sufficienti risparmi interni per acquistare il debito pubblico. Quest’ultimo, di conseguenza, deve essere necessariamente detenuto in dosi massicce da risparmiatori e istituzioni finanziarie esteri, visto che è anche proibito dalle regole europee che le banche centrali acquistino i titoli del debito pubblico sul “mercato primario”, cioè direttamente presso gli Stati nel corso delle aste, come invece avveniva una volta.

Attualmente, nonostante che anche diverse banche centrali extraeuropee, come la Fed statunitense, non intervengano direttamente nel mercato primario, esse hanno la possibilità di funzionare ugualmente come “prestatori di ultima istanza” attraverso un meccanismo che non può essere praticato dalle banche centrali dell’Ue..

Con ciò il debito pubblico è in mano alla speculazione internazionale e lo spread, il differenziale fra i tassi di interesse delle varie nazioni, dipende dal “giudizio dei mercati” sulla solidità finanziaria dello stato. Giudizi spesso taroccati da agenzie di rating private troppo spesso in palese conflitto di interessi (perché controllate finanziariamente dagli stessi oligopoli finanziari privati) .

Il debito pubblico cresce anche a causa degli alti tassi di interesse sui titoli di Stato e, nuovamente, a causa del disavanzo commerciale con l’estero: maggiori esportazioni e minori importazioni implicano insufficiente domanda nei confronti della produzione nazionale sia da parte delle imprese che dei consumatori interni ed esteri, cui in teoria può sopperire la spesa pubblica, aprendo però una spirale che allontana sempre di più le economie europee più deboli da quelle più forti e amplifica il loro debito pubblico.

L’Ue ha pensato bene di dover venire in “aiuto”, secondo le intenzioni proclamate, agli stati in difficoltà finanziaria, ma si propone di farlo con gli stessi meccanismi ottusamente liberisti utilizzati dal Fondo Monetario Internazionale, cioè riducendo drasticamente i margini di discrezionalità nella politica economica dei “beneficiari”.

Mes è l’acronimo di Meccanismo Europeo di Stabilità, in inglese European Stability Mechanism (Esm). È stato creato nel 2012 in vigenza del Fondo europeo di stabilità (Fesf), più noto come Fondo salva–Stati, che venne istituito in via transitoria due anni prima. Entrambi i fondi, che possono disporre di un capitale teorico di oltre 700 miliardi di euro posti a carico degli Stati membri, sono stati usati per “aiutare” gli Stati dell’Eurozona in difficoltà. Finora hanno erogato prestiti per 254,5 miliardi di euro a cinque diversi Stati, tra cui per tre volte alla Grecia.

Le modifiche del Trattato oggi esistente riguardano appunto la gestione delle crisi degli Stati e dei grandi Istituti di credito, con un’impronta sempre più privatistica e con regole sempre più stringenti a carico dei paesi destinatari.  Nonostante i soldi gestiti siano pubblici, il fondo si comporta come una normale banca. Tant’è vero che per descrivere il suo “must”, è stato coniato un vero e proprio ossimoro: “solidarietà competitiva”. Così, come la banca eroga un mutuo ipotecando la casa ed espropriandola se non viene restituito, altrettanto il Mes espropria dei propri beni lo Stato che non è in grado di restituire l’importo erogato. E come in una normale Spa il diritto di voto è in proporzione al capitale sottoscritto. E come una qualsiasi istituzione finanziaria privata può emettere derivati, cioè scommesse sulla finanza pubblica.

Per la verità non tutto funziona come nelle banche. Infatti i membri del Mes hanno l’immunità penale, civile e amministrativa. Il che, può rischiare solo di peggiorare ulteriormente le cose.

Le trattative in corso per riformare il Mes si muovono verso uno sbocco ancora più draconiano che ha dato luogo anche in Italia alle polemiche politiche iniziate a fine novembre.

Un motivo dei dissapori riguarda la scarsa trasparenza delle procedure. In pratica il Parlamento si troverà a dover ratificare un trattato già definito. Ma anche il processo di imposizione di una logica privatistica fa un decisivo passo avanti: la Commissione Europea non sarà più competente a decidere in merito alle misure da adottare, sostituita in ciò dagli organi del Mes. La politica uscirà definitivamente di scena e il “pilota automatico” funzionerà secondo ancor più stringenti criteri.

Infatti, le linee di credito ordinario saranno solo a favore degli Stati che hanno un rapporto deficit/Pil non superiore al 3% e un rapporto debito/Pil non superiore al 60%, così come prescritto dal trattato di Maastricht. Saranno ammessi anche gli Stati che sforano il rapporto debito/Pil purché in ciascuno degli ultimi due anni lo abbiano ridotto in misura rilevante. Come avviene con le banche private “si presta l’ombrello solo quando non piove”.

Tutte le altre nazioni in difficoltà possono usufruire dei prestiti del Mes a condizione di essere poste sotto la sua “tutela”, sottostando a un regime non solo risarcitorio, ma anche sanzionatorio e che procedano a una “ristrutturazione del debito”. La finanza si impossessa così di una aspetto fondamentale del poteri dello Stato. L’Italia non ha i requisiti per il finanziamento ordinario. Se dovesse avere bisogno di un prestito non potrebbe ottenerlo a meno che non intervenga per ristrutturare il proprio debito, in pratica dichiarando fallimento, riducendo il valore dei Bot, Cct, ecc. e ponendosi nelle mani degli organi del Mes.

La questione dell’obbligo a ristrutturare il debito pubblico è quella che ha scatenato le maggiori ire. Il Presidente dell’associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, ha avvisato: non compreremo più titoli di Stato se verranno “alterate le condizioni” dei creditori. E non faranno così solo le banche, dice Patuelli, ma anche i risparmiatori italiani.

Anche per la maggior parte dei commentatori lo scandalo consiste nel fatto che la ristrutturazione sarebbe “un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori” (Giampaolo Galli) che si vedranno depauperati i propri portafogli. Il che è senz’altro vero. Meno attenzione è invece posta su un aspetto certamente non meno rilevante, cioè la pistola puntata verso la finanza pubblica e l’agibilità della politica economica, cosa che riguarda tutti i cittadini e non solo i risparmiatori, con effetti devastanti.  Infatti i “mercati”, temendo l’evenienza di un ricorso al Mes di un paese “fuori dai parametri”, pretenderanno, per acquistare i titoli pubblici, un tasso di interesse assai più elevato, una sorta di premio per il rischio che si assumono. Lo spread potrebbe ulteriormente dilatarsi. Gli attacchi speculativi, assecondati dalle agenzie di rating e dai suggerimenti delle teorie liberiste imperanti, potrebbero effettivamente portare il paese al fallimento, ancor prima che abbia necessità di richiedere il prestito per cause sue proprie. Per evitare di giungere a questo esito, i paesi saranno obbligati alla ristrutturazione non del debito, ma dei servizi sociali e del costo del lavoro, in misura ancora maggiore di quanto fin qui abbiano fatto sin quì.

Ovviamente i leader politici sovranisti hanno buon gioco nello scalmanarsi contro ipotetiche ingerenze estere ad ulteriore danno della nostra economia, contro i nostri interessi nazionali. Ovviamente, però, non spiegano che il problema non è che esistono dei cattivi che  attentano alla nostra sovranità nazionale, ma il pericolo è il protrarsi dell’esistenza di un sistema finanziario liberista nazionale ed internazionale che tutela e promuove solo gli interessi transnazionali degli oligopoli finanziari (tedeschi, angloamericani, francesi ed i paesi islamico-saudita – sunnita).

Poi ci sono questioni tipiche del nazionalismo egoista. Ad esempio l’Italia, con 14,3 miliardi di euro versati e altri 125,4 sottoscritti, è il terzo contribuente dopo Germania e Francia e questi soldi qualcuno vorrebbe non pagarli sperando di non essere, un domani, tra i paesi bisognosi di aiuto e trascurando che, stando ai dati economici, la stagnazione dell’economia italiana, più accentuata della media Ue, presagisce un altro pezzo di  futuro non certo roseo.

“Il pilota automatico” che si vuole istituzionalizzare al di fuori della “politica” non prende in considerazione la ragione per la quale possa esplodere la crisi. Magari, il crollo di alcuni prezzi sul mercato mondiale, o un evento sismico, o un attacco speculativo. Per essere aiutati dal Fondo occorre non solo bisognerà avere un debito pubblico sostenibile (ossia dentro parametri stabiliti arbitrariamente) ma anche dimostrare di essere in grado di rimborsare il prestito. Come? Accettando di subire le cure predeterminate di risanamento, come per esempio la svendita del patrimonio pubblico. Un copione già visto e sperimentato in Grecia.

Dalle notizie di questi giorni sull’andamento dell’economia in Germania, in Italia e in altre nazioni di Eurolandia non è difficile immaginare che la annunciata fine della crisi sia stata solo un miraggio, e che anzi potremmo essere in procinto di sprofondare in un’altra grave recessione. Almeno 5 paesi europei si trovano in condizioni di criticità tale da dover subire ogni forma di ricatto, ad esempio l’intervento di privati nella gestione della crisi e dei prestiti e questo intervento potrebbe essere un autentico colpo di pistola su quanto resta della sovranità nazionale dei paesi a rischio.

Ma di questo i sovranisti da gozzoviglia non parlano visto che nei loro paesi hanno sposato un mix di nazionalismo e liberismo, di apparenti nazionalizzazioni dietro alle quali si nascondono pacchetti di vere e proprie privatizzazioni, di disposizione a subire ricatti delle grandi multinazionali. Si “aiutano” gli Stati perché il loro debito è in possesso di istituti di credito di paesi europei forti. Se è per esempio nelle mani delle banche tedesche o francesi, è evidente che questi paesi spingeranno la Ue ad accordare prestiti ma avviluppando in maniera ancor più forte nei tentacoli dei loro creditori quelli “aiutati”.

Più che interventi per salvare i paesi si tratta di prestiti a tutela dei creditori; sta qui il cuore del problema. Questa tutela prevede misure imposte alle economie debitrici che vanno dalle finanziarie draconiane alle privatizzazioni. Alla Grecia, per esempio, i soldi Ue a lei spettanti in base ad accordi e misure comunitarie, venivano versati subordinatamente al rispetto delle misure imposte. L’alternativa era un vero e proprio pignoramento del suo avere, né più né meno di come fanno le banche creditrici o i curatori fallimentari a tutela dei creditori.  Stanti le attuali condizioni e i contenuti della proposta di riforma del Mes, 10 dei 19 paesi dell’Unione Europea non sarebbero nelle condizioni di accedere ai prestiti se non a costo di perdere anche gli ultimi brandelli di sovranità e di colpire pesantemente i meno abbienti, mettendoli alla fame. Non è un eufemismo: in Grecia la situazione è questa.

A destra si strilla contro il Mes ma senza raccontare come stanno realmente le cose. Al sovranismo da baraccone delle destre fa da contraltare la supina accettazione delle regole di Bruxelles da parte della “impropriamente definita sinistra” che nulla ha da eccepire di fronte al fatto che per accedere ai fondi salva stati una nazione prima debba abbattere drasticamente il debito, distribuendo lacrime e sangue prima di ottenere i soldi e poi, ancora, lacrime e sangue per restituirli con i relativi interessi.

E dietro alla ristrutturazione del debito di ogni singolo paesi si aggirano gli appetiti degli speculatori finanziari, della agenzie di rating. Se credevate che si fosse raggiunto il fondo nell’abdicazione della politica ai poteri finanziari e al capitale vi siete sbagliati di grosso. La finanza oligopolistica privata spadroneggerà ancora di più sui destini dei popoli europei.

È evidente come lo scontro sulla finanza e sul fisco non sia altro che una forma di guerra degli oligopoli finanziari privati alle costituzioni democratiche europee , in una parola “alle democrazie”. Nate, nel dopoguerra, con il contributo di tutte la classi sociali e di tutte le correnti politiche.

Ma negli ultimi 25 anni di epopea liberista gli equilibri sociali, legislativi e politici nelle nazioni europee sono stati alterati. L’ecclissi delle forze politiche di sinistra popolare e l’adesione acritica della cultura liberale e demopopolare al liberismo hanno disarmato le democrazie e le classi popolari. I cosiddetti corpi sociali intermedi ( sindacati, cooperazione, partiti, associazioni di categoria, associazionismo culturale, sistema della formazione, etc)  annaspano, sono in crisi di identità, di cultura , di consenso. Ecco spiegato perché le estreme insidie liberiste che si scorgono dietro alla riforma del Mes debbono farci paura.

Anche da qui sorge con ancora più forza la necessità di ricostruire un punto di vista politico -culturale che sappia essere alternativo ed autonomo dal “dominante pensiero unico” del liberismo di matrice anglo-americano e delle sue armi più insidiose (centralizzazione oligopolistica del sistema finanziario/bancario internazionale, centralizzazione e manipolazione costante del sistema dell’Informazione con in più il controllo prevalente della Rete Web, la promozione a vario titolo della migrazioni di massa, della cancellazione delle identità nazionali, il linguaggio political correct che trasforma la visione della realtà vista da sinistra in un altro innocuo surrogato liberal-all’americana) con cui si è imposto e con cui proverà, se incontrastate, a liquidare definitivamente le democrazie nel mondo. A  cominciare da quelle europee.

                                         Il Mes è la nuova «polizia dei mercati» europea

di Rolando Vitali – dottorando in Filosofia tra le Università di Jena (Germania)

La riforma del Meccanismo europeo di stabilità, il cosiddetto Fondo salva-stati, mira a forzare in maniera ancora più violenta i paesi debitori a nuove privatizzazioni e politiche di austerity. Ma è così che si finirà per fomentare e rafforzare i nazionalismi più beceri. Nel dibattito pubblico italiano si sente parlare spesso della riforma del famigerato Meccanismo europeo di stabilità (Mes), ma pochi commentatori spiegano con compiuta chiarezza di che cosa si stia discutendo e che cosa si sta per mettere realmente in gioco del nostro futuro destino comune.

Che cos’è il Mes?

Si tratta del cosiddetto Fondo salva-stati: quel fondo europeo che dovrebbe tutelare la stabilità finanziaria dell’Eurozona, garantendo una copertura adeguata in caso di crisi debitoria da parte di uno degli stati membri. Il processo di riforma del Mes, di cui si parlava da tempo, si è concretizzato lo scorso giugno ottenendo un primo via libera informale, mentre l’approvazione definitiva dovrebbe avvenire il prossimo 12 dicembre. Il fondo è già attivo dal 2012 e serve a dare assistenza finanziaria ai paesi in cambio di «riforme» che, sostanzialmente, prevedono la solita ricetta in stile Fmi: tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, flessibilizzazione del mercato del lavoro, aumento dell’età pensionabile ecc.

La cosa interessante di questo meccanismo di «protezione» dall’instabilità finanziaria, è che può funzionare anche in maniera inversa: vale a dire, non tanto per «difendere» dall’instabilità, ma per forzare i paesi a prendere determinate decisioni politiche, proprio mettendoli davanti a un aumento dell’instabilità finanziaria.

Forse non tutti sanno che esiste un rapporto essenziale tra le «garanzie» della Bce e del Meccanismo europeo e i costi di rifinanziamento del debito pubblico: ogni volta che una di queste istituzioni non concede la propria garanzia, immediatamente sale il famoso spread e si affaccia una pericolosa spirale debitoria.

La duplice garanzia della Bce e Mes è fondamentale per la stabilità finanziaria dei paesi maggiormente esposti: alle decisioni di acquisto o vendita dei titoli di Stato da parte della Bce, così come a fronte di un allentamento delle garanzie di liquidità del Fondo salva Stati, i «mercati» reagiscono ritenendo meno sicuri i titoli dei paesi esposti, facendo così aumentare il costo di rifinanziamento del loro debito pubblico.

Per spiegarla con una metafora un po’ brutale, il tipo di tutela di questo tipo di istituzioni assomiglia po’ all’estorsione mafiosa: «Va tutto bene? Tutto a posto? Non vorrei che succedesse qualche brutta cosa a questo bel negozio… forse hai bisogno che ti aiutiamo noi a tenerlo d’occhio…».

Infatti, la tutela che garantiscono diventa necessaria nel momento in cui viene imposta: sì perché, alla fin fine, si tratta di garantire la solvibilità del debito pubblico attraverso un’emissione di moneta (il cosiddetto prestito di ultima istanza) giusto. Si tratta, quindi, di una prerogativa che qualunque banca centrale potrebbe garantire: proprio per questo la Banca centrale europea non ha alcuna difficoltà a reperire la liquidità necessaria agli acquisti dei titoli di stato dei paesi in difficoltà. Vi siete mai chiesti da dove diavolo la Bce prenda i 20 miliardi di euro al mese per il programma di acquisti? Dove abbia preso tutti quei soldi per comprare i titoli di Stato dall’inizio del programma di Quantitative Easing, quel programma che soltanto nel 2012 è «costato» la cifra strabiliante di 3.000 miliardi di euro? Non li ha presi da nessuna parte: semplicemente li ha emessi, come è nelle prerogative di tutte le banche centrali del mondo. Vi chiederete, ma perché allora non lo può fare anche l’Italia? La differenza fondamentale tra Bce e Banca d’Italia consiste nel fatto che, con l’entrata nell’euro, la seconda ha ceduto la propria facoltà di prestatrice di ultima istanza alla prima.

In ogni caso, non è di questo che si tratta in questo momento ma di come si sta cercando di cambiare questo sistema di assistenza. Si dice spesso che uno dei grossi problemi dell’eurozona è la scarsa condivisione dei rischi finanziari, l’assenza di un bilancio comune e di solidarietà tra paesi: se per esempio i titoli italiani o greci venissero garantiti dalla Bce come quelli tedeschi o olandesi, non si avrebbero tutti questi squilibri tra paesi e queste instabilità finanziarie. Ora, la riforma di cui attualmente si sta trattando parte dal presupposto – sempre ribadito da parte tedesca e costitutivo del sistema istituzionale dell’eurozona – per il quale deve essere garantita la possibilità che un paese vada in default e quindi ristrutturi il suo debito.

Solo in tal modo, infatti, è possibile ridurre il moral hazard, «responsabilizzando» forzosamente con un vincolo esterno una intera Nazione al rispetto di una determinata disciplina di bilancio. Il rischio di un possibile default, infatti, si riflette sui tassi di interesse del debito e, quindi, sulle condizioni di rifinanziamento degli stati, che così vengono tenuti a freno nelle loro politiche di spesa. In tal modo, i «mercati» giudicano le riforme e le performance dei paesi, responsabilizzando i governanti. Sarebbe allora imperdonabile considerare allo stesso modo i titoli dei diversi paesi garantendoli tutti a rischio zero: non vi sarebbero strumenti per garantire la disciplina di bilancio da parte dei «mercati». Certo, se un paese avesse davvero bisogno di liquidità temporanea, allora potrebbe intervenire il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), ma soltanto a condizione che si mettano in atto politiche di rigore di bilancio. Per questo, da molte parti, si plaude alla proposta del suo rafforzamento: oltre che vedersi aumentata la dotazione per risolvere eventuali crisi bancarie, esso avrà anche maggiore rapidità nel garantire la solvibilità dei diversi paesi in caso di instabilità. Ma questi aspetti, tutto sommato, sono secondari. Uno dei problemi principali a cui intende rispondere la riforma è l’eccessiva discrezionalità politica nella decisione di intervento: per questo trasferisce maggiori competenze dalla Commissione europea al Mes, che d’ora in poi la affiancherà nel monitoraggio sulla sostenibilità dei conti pubblici. Inoltre, verranno anche modificate le «clausole di condizionalità» rendendole più restrittive: per avere accesso alle garanzie di assistenza finanziaria sarà richiesto ai paesi di ristrutturare preventivamente il proprio debito, se non è giudicato sostenibile dallo stesso Mes.

Le conseguenze per i paesi debitori

Il combinato disposto di queste due modifiche è esplosivo. Come ha chiarito Giampaolo Galli, membro dell’Osservatorio dei conti pubblici italiani dell’Università cattolica (un collega di Cottarelli, non proprio un pericoloso comunista…), «la novità non sta tanto nella possibilità che un debito sovrano venga ristrutturato» – che come abbiamo visto è una condizione quadro – «ma nell’idea che la ristrutturazione diventi una precondizione, pressoché automatica, per ottenere i finanziamenti»: ciò significa che le indicazioni e le «sollecitazioni» in materia di politica economica potranno contare su una forza persuasiva decisamente superiore rispetto al passato.

Non solo verrà eliminata ogni mediazione politica, tecnicizzando il processo valutativo e decisionale, ma verrà ulteriormente istituzionalizzato e rafforzato il ruolo “principe” dei mercati finanziari privati avulsi da qualunque disciplina di responsabilità pubblica : così l’eventuale interdizione all’accesso agli strumenti di garanzia finanziaria comporterà un innalzamento automatico degli interessi.

Abbiamo già detto, infatti, che il Mes fornirà assistenza finanziaria solo ai paesi il cui debito è considerato sostenibile e la cui capacità di restituire i prestiti è stata preventivamente confermata dalle sue valutazioni tecniche: in assenza di tali condizioni non verranno garantite quelle «linee di credito» base (Pccl), che garantiscono la solvibilità di un paese davanti ai mercati.

Le condizioni sono però molto restrittive e secondo una stima del think tank Bruegel 10 stati su 19 dell’eurozona – tra cui l’Italia – non le soddisferebbero: esse infatti includono un debito al di sotto del 60%, la sua riduzione del 5% in un singolo esercizio (cioè in un anno), un deficit annuale inferiore al 3% e un saldo strutturale positivo. Per rispettarle sarebbero necessari tagli enormi alla spesa pubblica: per l’Italia si parla di cifre intorno ai 115 miliardi in un anno. In caso di mancato rispetto delle suddette clausole il paese dovrà sottoscrivere obbligatoriamente un Memorandum di intesa, che preveda una forte ristrutturazione preventiva delle finanze pubbliche: solo in tal modo potrà avere accesso alle linee di credito «rafforzato» (Eccl).

Come ha affermato Ignazio Visco, presidente della Banca d’Italia, l’eventuale approvazione della riforma potrebbe rappresentare un «rischio enorme di terribili conseguenze» per l’Italia e per tutti i paesi dell’Eurozona con elevata esposizione finanziaria. Infatti questa modifica del Mes potrebbe implicare per tutti quei paesi che non rispettano già le clausole per le linee di credito standard, la sottoscrizione preventiva di un Memorandum di riforme e l’avvio di una procedura tecnica di ristrutturazione del debito. Solo in tal modo, questi paesi «cicale» potranno veder garantita la propria solvibilità finanziaria da parte del fondo: la minaccia di un aumento degli interessi sul debito – che seguirebbe automaticamente a un mancato accordo col Mef – rappresenterà un dispositivo formidabile per forzare i paesi a implementare le «riforme» richieste. Come è facile capire, le conseguenze potrebbero essere devastanti sul piano economico e sociale…

L’ulteriore spoliticizzazione delle decisioni economiche

Ma quali considerazioni politiche devono essere tratte da questa riforma? Innanzitutto, che il sistema istituzionale europeo si avvia a consolidare ancora una volta il proprio impianto tecnocratico: automatizzando e spoliticizzando ulteriormente i processi di decisione in materia economica, l’Unione europea rafforza gli strumenti a propria disposizione per imporre ulteriore austerity e disciplina di mercato, in particolare (ma non solo) nei paesi debitori.

A questo, infatti, mira lo spostamento del baricentro della decisione e dell’iniziativa in materia economica dalla Commissione al board del Mes; a differenza della Commissione infatti, quest’ultimo è esentato da ogni accountability rispetto al parlamento e ai cittadini europei. Il Managing Director del Mes agisce infatti in totale indipendenza e risponde solo al board del Mes.

Ciò significa che le decisioni fondamentali sulle linee di indirizzo e valutazione economico-politica saranno prese sempre meno attraverso processi politici – passibili di critica e di controllo pubblico – e sempre più attraverso procedure intergovernative, «tecniche», «indipendenti». Si tratta, insomma, di garantire la «polizia dei mercati» attraverso l’imposizione di quella «costituzione economica» multilivello – per usare le espressioni coniate dagli economisti di scuola ordoliberista degli anni Trenta – che sin dalle origini informa la logica istituzionale dell’Unione europea.

L’ulteriore svuotamento dei luoghi di decisione politica a favore di meccanismi automatici, implica infatti un contestuale aumento dell’esposizione delle scelte di politica economica alle valutazioni dei «mercati finanziari privati »: come scriveva candidamente Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera in un profetico articolo del 2017.  L’inasprimento della logica di «più mercato», servirà ad allentare «la tensione tra i paesi dell’euro che hanno bisogno del consolidamento e/o di riforme, ma non vogliono essere obbligati a seguire politiche imposte dall’esterno e i paesi creditori che temono che se non si seguono strettamente le regole, i prestiti dell’Europa possano indurre all’azzardo morale.

Rafforzando la disciplina di mercato la procedura di ristrutturazione richiederebbe meno disciplina di Bruxelles», ossia meno interventismo politico, meno accoutability: ci penserà direttamente il ricatto sugli interessi a disciplinare preventivamente i paesi debitori. «Ne consegue che questa via», prosegue Reichlin, «rafforza il consenso alle riforme necessarie», rendendo impossibile l’attribuzione di responsabilità a livello politico.

Come si era lasciato sfuggire Oettinger: «i mercati insegneranno agli italiani» – ma evidentemente anche agli altri elettori europei – «a non votare per i partiti populisti».

Ciò significa che il problema dell’Unione europea non è soltanto politico – ossia non riguarda tanto le singole scelte politiche o le diverse maggioranze parlamentari – ma riguarda l’impianto istituzionale come tale: sono le istituzioni e i trattati stessi, infatti, a essere pensati per inscrivere l’azione e la scelta politica all’interno di una condizione quadro, definita dai «mercati finanziari privati » e così resa impermeabile alla decisione politica e democratica.

Il nazionalismo becero non è una malattia che nasce per caso

La riforma del Mes insomma, se viene propagandata «per far fronte alle eventuali instabilità finanziarie», mira soprattutto a forzare in maniera più efficace quelle «riforme» che permettono al capitalismo organizzato dei paesi creditori e alle rispettive élite nazionali di approfittare dei processi di privatizzazione e di austerity.

Come ci insegnano gli ultimi trent’anni di politica europea, «fare le riforme» significa infatti dismissione del patrimonio pubblico, delle industrie strategiche, delle reti infrastrutturali, ma anche «flessibilizzazione» del mercato del lavoro e tagli alle pensioni: un ghiotto bottino per un capitalismo continentale asfittico e con basse prospettive di guadagno.

Abbiamo visto che la riforma porterà probabilmente anche a un incremento dei tassi di interesse sui debiti pubblici dei paesi «debitori», dandoli in pasto a quella speculazione finanziaria che, in paesi creditori come la Germania, rappresenta una delle maggiori entrate per i fondi pensione di un’aristocrazia operaia sempre più impoverita.

Dopo la copertina del Bild, che raffigurava un Draghi-Dracula che succhia il sangue ai risparmiatori tedeschi con la sua politica di tassi bassi e di contenimento degli interessi sul debito, adesso anche il settimanale social-democratico Der Spiegel titola che ormai «risparmiare rende poveri» e che i «tassi negativi prosciugano il patrimonio dei tedeschi» (Der Spiegel 9/11/2019): dal punto di vista dei paesi creditori è del tutto auspicabile un aumento dei tassi di interesse e degli interessi sui titoli di stato.

Questo nuovo dispositivo porterà allora con sé anche un aumento della competizione tra lavoratori e risparmiatori nel continente, sempre nell’interesse dei mercati finanziari e dei grandi gruppi industriali.

L’Europa è già spaccata tra creditori interessati a un innalzamento dei tassi e della profittabilità dei titoli statali, e debitori stritolati in una spirale infinita di austerità e deflazione. Questa riforma non farà che inasprire questa situazione, contribuendo così ad aizzare ulteriormente quell’orrendo e pericoloso nazionalismo che vediamo avanzare in Europa.

Il rigurgito nazionalista a cui assistiamo non deve allora essere interpretato come una malattia esogena, ma piuttosto come il risultato di una strategia padronale di divide et impera che ha nelle istituzioni europee il proprio strumento elettivo: è la stessa «integrazione economica» che esse promuovono a dividere popoli e lavoratori. Per tornare a immaginare un contesto di solidarietà a livello europeo sarà allora necessario ricondurre a logica pubblica questo attuale sciagurato impianto istituzionale al servizio soprattutto degli oligopoli finanziari internazionali, che strategicamente  serve solo a mettere i lavoratori europei gli uni contro gli altri. Risegmentandoli secondo misere divisioni nazionali (prima gli ungheresi …… etc).

Dunque, parlare con iniziative come questo MES (l’opposto degli eurobond condivisi) di Stati uniti d’Europa, di Europa politica o addirittura di «patriottismo europeo» a partire da queste istituzioni è – quando non astratta esercitazione ideologica –  un pericoloso miraggio dal quale sarebbe necessario liberarsi il prima possibile. Non per ricadere in una sequela di velleitari e pericolosi nazionalismi autocratici, ma per recuperare la capacità di costruire relazioni internazionali basate non sulla competizione reciproca, ma sulla solidarietà tra popoli e tra realtà organizzate dei lavoratori europei.

                                                                  MESsi in trappola

di Francesco Cappello – studioso di filosofia della formazione e della maieutica di Danilo Dolci

Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) è uno dei modi che i paesi ricchi dell’eurozona stanno perfezionando per porsi al riparo, a danno dei più paesi più fragili, dalle perdite provocate dalle loro stesse politiche mercantiliste-ordoliberiste, sostenute e promosse dalle istituzioni della Ue.

Se leggi “fondo salva stati (fss)“ pensi ad una colletta tra stati, utile a venire in soccorso di quei paesi che venissero a trovarsi in grave difficoltà. Bello no? La solidarietà tra stati! Già nella versione sottoscritta, ratificata e finanziata nel 2012 il fss fu ridefinito meccanismo europeo di stabilità. Anche in questo caso immagini che misure a garanzia della stabilità saranno sicuramente positive. C’è forse qualcuno a cui piace vivere tra brutte sorprese, in un mondo imprevedibile, continuamente mutevole e instabile?

Dire, più realisticamente, che il MES sia stato architettato primariamente quale fondo salva grandi banche d’affari non lo avrebbe reso molto popolare. Dire che mira, seppure indirettamente, ad incoraggiare la minimizzazione della spesa pubblica degli stati o a incentivare la svendita di quel che rimane del loro patrimonio pubblico, o ancora, che abbia come effetto quello di dirottare gli investimenti delle famiglie, orientandoli all’acquisto dei prodotti finanziari delle banche d’affari piuttosto che dei titoli del loro stato, avrebbe rischiato di metterlo in cattiva luce.

La denominazione di fondo salva stati ci aveva comunque abituato a convivere con l’idea dell’eventuale default (fallimento) degli stati. Che i paesi membri possano fallire legittima strumenti quali il MES, predisposti al loro soccorso. Tale eventualità appare oggi realistica quale esito reso possibile da una serie di cambiamenti strutturali intervenuti negli ultimi decenni.

Premesso che l’Italia non ha mai subito un default del debito pubblico è importante partire dall’art. 47 della Costituzione per capire le origini virtuose del debito e del cambiamento pernicioso della sua natura, da 40 anni a questa parte. Al primo comma è scritto:   “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”.

Come eravamo

Gli italiani hanno avuto in passato, quando era integro e attivo il modello economico inscritto nel titolo 3 della Costituzione economica, una grande vocazione e capacità di risparmio, riuscendo a mettere da parte un quarto, in media, del proprio reddito. L’economia assai vivace del tempo, vicina alla piena occupazione, era affetta, in parte, da una inflazione da costi dovuta all’aumento dei prezzi del petrolio che si verificò a metà anni ’70.

L’inflazione, come si sa, erode il potere di acquisto del denaro; per di più il denaro risparmiato, nella sua funzione di riserva di valore, non circola nell’economia. Quando la politica decideva investimenti pubblici straordinari nell’interesse del Paese, qualora le entrate fiscali si fossero rivelate insufficienti allo scopo, chiedeva al Tesoro di emettere titoli di stato con i quali raccoglieva ed impiegava utilmente per la comunità le risorse finanziarie che quest’ultima era stata in grado di accantonare. In questo modo, nel mentre proteggeva il risparmio degli italiani, con un tasso di interesse adeguato a coprire l’inflazione, impiegava virtuosamente le risorse risparmiate mobilitandole nella costruzione di ospedali, strade, scuole, alloggi popolari, investendo in tutti quei settori rispondenti all’interesse pubblico, dai servizi pubblici, allo stato sociale ecc..

L’entità del “debito“ era perciò pari alla ricchezza attiva degli italiani, un indice della efficienza della politica, della sua capacità progettuale e di costruzione dell’interesse pubblico secondo le indicazioni della Costituzione. Il debito cambiò natura, forma e funzione a partire dagli anni 80, in almeno tre passi.

Nell’81, il divorzio tra banca d’Italia e Tesoro, togliendo al governo la possibilità di decidere il tasso di interesse con cui remunerare i titoli di stato sulla base dell’inflazione corrente, rinunciò alla capacità di manovra di questa essenziale leva della macroeconomia lasciando che fosse il mercato a “regolare“ il tasso di interesse.

Alla nostra banca centrale fu impedito di emettere la moneta necessaria a comprare i titoli rimasti invenduti alle aste pubbliche cui partecipavano molte banche pubbliche italiane (oggi privatizzate). In conseguenza al divorzio, i tassi, lasciati al mercato, lievitarono e il rapporto debito/pil raddoppiò nello spazio di un decennio, cosa che indusse molti a dirottare i propri investimenti dall’economia reale a quella finanziaria poiché quest’ultima prometteva rendimenti più alti rispetto a quelli realizzabili in molti settori produttivi.

 Le cose si complicarono ulteriormente quando si permise, nel corso degli anni 80, a investitori esteri di comprare titoli del debito italiano. Sino ad allora il debito era stato interno (come indebitarsi in famiglia, una partita di giro), ma esternalizzandolo si aprì una falla emorragica in grado di estrarre in modo continuativo ricchezza dal Paese. A completare l’opera è stata la rinuncia alla moneta nazionale. Il debito è stato nominato in una moneta, per noi straniera, ossia l’euro del quale non abbiamo alcun controllo.

Oggi, per finanziare la spesa pubblica siamo costretti ad indebitarci rivolgendoci ai mercati finanziari internazionali privati che non possono che offrirci il loro veleno quotidiano fatto di moneta privata a debito. Non abbiamo più una banca centrale che faccia il suo mestiere quale prestatrice di ultima istanza (se l’avessimo potrebbe riacquistare lei i titoli da assicuratori e banche sottraendoli alla quotazione del mercato ed eliminando così il pericolo dello spread).

Il debito, da strumento virtuoso per la crescita del bene comune, si è così trasformato in arma di ricatto esercitato da poteri sovranazionali che riescono a tenerci in pugno anche perché abbiamo perso memoria degli strumenti che ancora avremmo a disposizione ma che non siamo più in grado di valorizzare come la moneta di stato, emessa dal Tesoro, sperimentata da Aldo Moro: statonote, ossia moneta non a debito, dello stesso segno algebrico delle tasse, come dice Nino Galloni, con la quale potremmo soddisfare il fabbisogno necessario a mettere in cantiere i grandi progetti rimandati per scarsità di risorse finanziarie; anche la moneta fiscale, nella forma di certificati di credito fiscale potrebbe ovviare alla rarefazione monetaria che si verifica oggi nella economia reale.

Ancora più semplicemente, basterebbe facilitare l’acquisto dei titoli di stato agli stessi italiani, come si intendeva fare con la messa a punto dei CIR (conti individuali di risparmio), analoghi ai bot, titoli a breve e media scadenza, assicuranti un rendimento positivo, capaci di valorizzare quella immensa ricchezza che gli italiani ancora detengono, ammontante, secondo la Banca d’Italia, a 4300 miliardi di euro, di cui 1400 liberi nei conti correnti. Tale ricchezza sarebbe così, utilmente impiegabile in investimenti e spesa pubblica per lo sviluppo economico e sociale, piuttosto che lasciata in balia delle grandi banche d’affari che tendono a trovargli una destinazione indirizzandone l’impiego verso quei prodotti finanziari che pretendono di far soldi con i soldi saltando a piè pari l’economia reale.

Oggi, l’accordo sul MES appare legittimato dal rischio sistemico di fallimento provocato da uno o più dei paesi membri e dalla necessità di imporre discipline e politiche di bilancio e di intervento in caso di default. Il MES è interpretabile come il risultato del fallimento delle politiche di austerity, restrittive, che hanno ulteriormente aggravato la dinamica di crescita del debito – portando ad ulteriore incremento il rapporto debito/pil – proponendo come soluzione l’incremento delle dosi della medicina ordoliberista, causa del male ossia più disciplina, più austerity, senza alcuna attenzione al contributo della crescita del pil alla riduzione del debito .

L’altra fonte di squilibrio delle politiche economiche europee sta nell’adozione di politiche di chiaro stampo mercantilista che hanno portato ad insostenibili squilibri delle partite correnti. Il grande surplus, europeo cui contribuisce soprattutto la Germania porta ad un aumento complessivo del surplus dei paesi della zona euro causando la crescita della dipendenza dalla domanda estera evidente nella diminuzione delle esportazioni dell’area euro causata dal recente crollo degli scambi internazionali.

Peraltro i saldi che i paesi in surplus, in area euro, hanno accumulato, registrati dal sistema dei pagamenti europeo, Target 2, ammontano a circa mille miliardi di euro, di cui 800 tedeschi. I conseguenti spostamenti criminali di capitali, dai paesi in surplus a quelli in deficit,hanno avuto un effetto deleterio. Esemplare il caso della Grecia, ridotta in povertà, costretta a ridurre a zero lo stato sociale, svendere i patrimoni pubblici, gli asset, il demanio, i fattori stessi della produzione ecc.. Alla Grecia si chiese, infatti, improvvisamente di risarcire il debito contratto, mentre le si negava ogni ulteriore finanziamento del disavanzo.

I surplus hanno permesso ai paesi detentori di finanziare i deficit dei paesi della periferia dell’eurozona mascherando così una bilancia commerciale completamente squilibrata a favore dei paesi in attivo e a sfavore dei paesi della periferia. In passato, i grandi surplus commerciali realizzati dai paesi più forti dell’eurozona, in un sistema di monete nazionali regolate da cambi flessibili, sarebbero stati impossibili da realizzare.

Oggi va finalmente riconosciuto il rischio, insito negli spostamenti dei capitali accumulati nei grandi surplus europei, verso i paesi poveri dell’eurozona nel tentativo interessato di coprire debito con nuovo debito senza per questo renderlo pagabile. Non è a caso che l’indebitamento delle banche greche con quelle tedesche, francesi e in misura minore anche italiane fu tamponato dall’intervento del MES, che per concedere ulteriori prestiti alla Grecia, senza intervenire sulle cause generanti la crisi, combattendone unicamente i sintomi, ha potuto dare continuità alla criminale scelta mercantilista salvando i bilanci delle banche tedesche, francesi e olandesi con le risorse del MES.

La solita narrazione veicola anche la versione modificata del MES: le politiche di austerity perdono di efficacia se non le si sa promuovere in modo deciso e continuativo. Se l’austerity non sortisce effetti visibili positivi è solo perché non se ne fa abbastanza malgrado sia evidente a tutti come le politiche mercantiliste abbiano condotto ad una crescita della divergenza tra le economie dell’eurozona.

Il MES cerca apparentemente di rimediare agli squilibri provocati dalle politiche ordoliberiste-mercantiliste agendo sui sintomi, in realtà proteggendo dagli squilibri gli interessi dei soliti noti, ossia i paesi forti dell’eurozona, il sistema delle grandi banche d’affari e degli investitori in titoli di stato compresi i grandi fondi di investimento.

Come si sa, per partecipare alla “colletta“ del primo MES abbiamo già versato 14 miliardi. La disponibilità del MES sarà di 704 miliardi, di cui 80 già versati dagli stati aderenti ed il resto da versare.A noi rimangono da versare altri 111 miliardi in 4 anni, per ottemperare al nostro dovere di membri sottoscrittori. Dove troveremo 23 miliardi all’anno per i prossimi 4 anni? Ce li faremo prestare emettendo titoli di debito sul mercato. Moneta a debito, che andrà ad incrementare ulteriormente il debito pubblico.

Conseguentemente, cercheremo di “risparmiare“ ulteriormente sulla spesa pubblica togliendo altre risorse alla sanità, all’istruzione, alla ricerca e allo stato sociale, aumentando la pressione fiscale, ecc. tutto per essere in grado di onorare il servizio aggiuntivo al debito.

La scommessa del MES sta nella sua capacità di emettere obbligazioni (a tassi convenienti e con scadenza a 45 anni), rendendolo in grado di intervenire contro la speculazione. Se ne dovessimo avere bisogno potremmo usufruirne anche noi. Vero, ma a quali condizioni? Potremmo ricevere in prestito aiuti finanziari del MES. Ci presterebbero i soldi che abbiamo conferito al fondo che sarebbe nostro dovere restituire interamente, capitale più interessi a remunerazione del prestito. Altra condizionalità, l’accettazione di piani di aggiustamento strutturale, ossia “consigli“ sulla politica economica del nostro paese: taglia qui, risparmia là, svendi questo e quello, diminuisci la spesa pubblica, le pensioni, fate cassa con le privatizzazioni, liberalizza, aumenta l’imposizione fiscale.

Tutto allo scopo di rendere nuovamente sostenibili i conti pubblici così come previsto dall’art. 12 del novo MES, di cui riportiamo qui uno stralcio:  «Se indispensabile per salvaguardare la stabilità finanziaria dell’area dell’euro nel suo insieme e dei suoi Stati membri, il MES può fornire sostegno alla stabilità a un membro del MES soggetto a rigorose condizioni, appropriate allo strumento di assistenza finanziaria scelto. Tale condizionalità può variare da un programma di aggiustamento macroeconomico al costante rispetto delle condizioni di ammissibilità prestabilite»

Fino a oggi ad usufruire dei programmi di aiuto del MES sono stati Grecia, Cipro, Portogallo e Irlanda con prestiti corredati da “Memorandum of Understanding”, contenente il dettaglio delle misure di politica economica (programmi di aggiustamento strutturale) che i paesi riceventi il prestito devono tassativamente realizzare entro date prefissate. L’ “efficacia“ dei “piani di aggiustamento macroeconomico“ è stata sperimentata a lungo dal FMI nei paesi che avrebbero sperato di avviarsi verso lo sviluppo ma che hanno subito una seconda colonizzazione finanziaria come denunciato da tanti studiosi:

La sottomissione totale di tutte le società alle leggi di mercato e dunque del più forte: questo è lo scopo delle politiche chiamate di “aggiustamento”, che mirano a integrare le economie nazionali in una sfera mondiale che non si preoccupa della questione dell’indipendenza (… ). Il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca Mondiale (…) fanno tanto parlare di loro a causa delle critiche sollevate dai programmi di aggiustamento strutturale nel Terzo mondo. Dall’80, più di 70 paesi hanno dovuto piegarsi a tali programmi o a piani di stabilizzazione economica – per la precisione ne sono stati redatti ben 566.

Le popolazioni che ne hanno fatto le spese, non hanno certo lo spirito per rallegrarsi delle celebrazioni del cinquantenario. Le due istituzioni sono molto lontane dall’essere promotrici di una crescita e di una stabilità generalizzate, come l’auspicava lord Keynes a Bretton Woods. Esse sono in effetti considerate fortemente responsabili della stagnazione e dello squilibrio che colpiscono l’economia mondiale. – da La macchina infernale delle politiche di aggiustamento di W. Bello e e S. Cunningham.

Sul documento del MES si legge:

«Il MES collaborerà strettamente con il Fondo monetario internazionale (‘FMI’) nel fornire sostegno alla stabilità. Si cercherà la partecipazione attiva dell’FMI, sia a livello tecnico che finanziario. Uno Stato membro dell’area dell’euro che richiede assistenza finanziaria al MES dovrebbe rispondere, ove possibile, a una richiesta analoga all’FMI»

Capital Call

Saremo obbligati a rispondere positivamente a tutte le richieste di rifinanziamento del MES. Insomma dovremo dare i soldi che ci chiederanno, a loro discrezione, senza possibilità di sottrarci alle richieste: «…Quando viene individuata una potenziale carenza di fondi del MES, l’amministratore delegato deve effettuare quanto prima tali richieste di capitale al fine di garantire che il MES disponga di fondi sufficienti per far fronte ai pagamenti dovuti interamente dai creditori alla loro scadenza. Con la presente, i membri del MES si impegnano irrevocabilmente e incondizionatamente a pagare su richiesta qualsiasi richiesta di capitale fatta loro dal Amministratore delegato ai sensi del presente paragrafo, tale richiesta deve essere pagata entro sette giorni dal ricevimento» Stralcio art. 9 “

Se avessimo bisogno noi di essere “salvati“ non sarebbe così facile ottenere una linea di credito dal MES perché ci mancherebbero i requisiti per ottenere il prestito. Ai paesi richiedenti l’aiuto del MES è chiesto infatti un deficit inferiore al 3% del pil, di non essere sottoposti a procedura per disavanzi eccessivi, di avere un rapporto debito/pil minore o uguale al 60% (il nostro è più del doppio) o almeno di essere allineati al rientro di tale rapporto, in 20 anni, secondo la dinamica richiesta dal Fiscal Compact, cosa insostenibile per la nostra economia a meno di non riuscire a scovare ulteriori 40 mld l’anno che aggiunti alla quota di spesa che già sosteniamo per il pagamento del servizio al debito ci porterebbe velocemente al collasso economico certo e garantito.

Nelle nostre condizioni potremmo attingere ai fondi del MES solo sottoponendoci alla ristrutturazione preventiva del debito che comporterebbe un sicuro calo del valore dei titoli di stato italiani a carico di coloro che hanno scelto di investire nel loro acquisto. Poiché, infatti, il nostro debito sarebbe giudicato insostenibile, secondo i criteri del MES, non potremo ricevere alcun aiuto finanziario se non accettando una preventiva analisi di sostenibilità del debito che nelle nostre condizioni condurrebbe certamente alla richiesta di ristrutturare preventivamente il nostro debito (linea di credito precauzionale rafforzata – ECCL).

Chi ha prestato soldi agli stati che chiedono aiuto al MES sarebbe così penalizzato dovendosi accollare la perdita sull’investimento qualora gli aiuti venissero confermati. Il risultato sarebbe raggiunto tramite l’obbligo di emettere un particolare tipo di titoli di stato, “single limb CAC”, clausole contrattuali che accorpano più titoli del debito pubblico da sottoporre a “ristrutturazione”, cioè a riduzione facilitata, “concordata“, del valore del prestito. Si tenga presente che le norme europee di ristrutturazione prevedono il consenso della maggioranza dei creditori.

Facile prevedere che la clausola single limb penalizzerà i nostri BTP, che risulteranno più facilmente ristrutturabili rispetto alle CAC «normali». In pratica in caso di crisi finanziaria, se dovessimo chiedere l’intervento del MES quest’ultimo potrà decidere di dichiarare non pagabili qualche centinaio di miliardi in BTP, su decisione votata a maggioranza. Coloro che li detengono alla scadenza potrebbe ricevere dal 20 al 30 % in meno!

Chi investe in titoli, però, sapendo di questa possibilità, potrebbe decidere di ritirare i propri investimenti provocando un innalzamento della spesa per interessi nel tentativo di renderli più appetibili, col rischio di innescare una speculazione al ribasso su di essi. A fronte di una tale prospettiva, il rating dei titoli di debito italiano potrebbe subire un tracollo con conseguente impennata dello spread rispetto ai titoli tedeschi. In definitiva, il MES sembra pensato per penalizzare i paesi che potrebbero averne bisogno.

Paradossalmente le linee di credito previste vengono concesse solo a quei paesi che da almeno due anni rispettano i criteri del Patto di Stabilità e Crescita anche se fanno registrare un surplus eccessivo. Per fare un esempio a caso, la Germania soddisfa perfettamente i criteri necessari a “meritare“ la concessione di eventuali aiuti qualora scoprisse di averne bisogno.

I risparmiatori italiani in possesso di titoli di stato subendo un taglio nominale delle obbligazioni perderebbero parte dei loro risparmi contro quanto prescritto dall’art. 47 della Costituzione che incoraggia e tutela il risparmio; il risultato negativo sarebbe a carico dei paesi più deboli che sarebbero costretti a dover pagare interessi più alti in ragione della loro maggiore fragilità, col rischio di portare ad una crisi tanto grave da indurre la ristrutturazione. In pratica un circolo vizioso ossia un meccanismo di destabilizzazione del sistema indotto dal meccanismo europeo di stabilità…

Fondo per ripianare buchi di banche

A poter usufruire dei fondi del MES senza doversi sottoporre ad alcuna ristrutturazione del debito sarà però un paese come la Germania che, dato lo stato di suoi colossi bancari, come commerz bank (CB) e Deutsche Bank (DB), ne potrà usufruire direttamente o indirettamente godendo dei prestiti che il MES concederebbe a quei paesi che fossero indebitati con le banche tedesche ovviamente previa imposizione di piani di aggiustamento strutturale. Il «backstop», ossia la disponibilità del Meccanismo europeo di stabilita’ ad essere utilizzato dal fondo per le risoluzioni bancarie, raddoppia, infatti, i fondi disponibili per salvare le banche. Il MES intende emettere titoli con la garanzia degli stati che ne fanno parte. Questi soldi sarebbero prestati agli stati in difficoltà o più precisamente per ricapitalizzare i loro sistemi bancari.

Avanza nel frattempo e coerentemente con il MES la garanzia unica sui depositi bancari che Mario Draghi, ha definito il completamento dell’Unione bancaria, insieme a bail-in e vigilanza unica sulle grandi banche europee, verso una maggiore integrazione delle sue banche, soprattutto ora, verrebbe da dire, che il sistema bancario tedesco potrebbe essere travolto dal fallimento di CB e DB.

Si tratta di assicurare i conti correnti delle banche UE attraverso un fondo sovranazionale, che sostituirebbe quelli nazionali, in pratica trasferendo gli oneri dei possibili fallimenti da un Paese agli altri. Scholz, immancabilmente, chiede a corollario ulteriori azioni per ridurre i crediti in sofferenza (NPL) ma non fa nessuna richiesta per diminuire il peso dei titoli tossici, soprattutto nella forma di derivati, che rendono insostenibili molti dei grandi bilanci bancari tedeschi, con valore azionario tendente a zero, messe in ulteriore difficoltà dai tassi sottozero.

In pratica l’accesso al fondo è reso più difficoltoso proprio a quegli stati membri che più potrebbero averne bisogno e facilitato ai paesi in regola con i parametri di Maastricht seppure con un sistema bancario paurosamente vacillante (il valore azionario di DB e CB tende a zero…).

Sotto tiro il risparmio italiano

Il nuovo MES, continua a pretendere di sostituire la politica con “algoritmi“ apparentemente neutrali, in realtà programmati secondo criteri di governance ordoliberista che tendono a facilitare la preventiva ristrutturazione del debito, secondo una logica analoga a quella del bail-in atta a far desistere definitivamente quegli italiani, detentori di risparmi per un valore di 4300 miliardi. Nel caso il governo si decidesse a creare le condizioni, a proporre loro titoli del debito pubblico, tali da indurre le famiglie a dare fiducia allo stato (si ricorda che oggi solo il 5% delle famiglie italiane possiede titoli di stato. Cassa Depositi e Prestiti potrebbe da subito collocare sul risparmio delle famiglie, tramite i conti postali, titoli del debito). Il debito pubblico apparirebbe immediatamente sostenibile.

Tale eventualità toglierebbe qualsiasi arma di ricatto ai poteri sovranazionali. Perché allora non si fa? L’unica risposta sta nel fatto che ogni colonizzazione ha bisogno e si realizza grazie alla collaborazione delle élite locali con i colonizzatori stranieri.

Il testo del MES non è emendabile. È un testo blindato. Se passasse per il Parlamento, esso potrebbe solamente accettarlo o respingerlo in blocco. I dirigenti del MES godono di immunità pertanto non sono perseguibili:  «Nell’interesse del MES, il presidente del consiglio di amministrazione, i governatori, i governatori supplenti, i direttori, i direttori supplenti, nonché l’amministratore delegato e gli altri membri del personale sono immuni da procedimenti giudiziari in relazione ad atti da essi compiuti nei loro capacità ufficiale e godono dell’inviolabilità rispetto ai loro documenti e documenti ufficiali» art.35

Non abbiamo bisogno del MES. Gli italiani vivono non, come ripete la propaganda, al di sopra delle loro possibilità, ma ben al di sotto. Questo MES che vogliono riformare in peggio è una trappola finanziaria da cui forse sarebbe meglio liberarci finché siamo ancora in tempo.

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