L’escalation nucleare. La lezione di Kim a tutti i Paesi del mondo: se hai l’atomica, l’America tratta con te. Altrimenti, puoi essere morto in men che non si dica. Venezuela ed Iran docet. C’è bisogno di riportare in vita la legalità dell’ONU. Ripristinare l’egemonia della Politica sul delirante potere della Finanza liberista.
L’incontro di Trump con Kim Jong-un, quello di Putin con Netanyahu, sullo sfondo l’abbattimento dei jet indiani in Pakistan. È successo tutto in un giorno : il 28 febbraio scorso. E il denominatore comune è stata la bomba atomica. Un giorno, quindi, all’insegna del Dottor Stranamore, delle guerre fredde e calde in corso, di una scena internazionale che preoccupa e lascia alquanto perplessi. Trump ad Hanoi ha incontrato sorridente e persino rilassato Kim Jong-un, in quel Vietnam una volta scorticato e avvelenato dal napalm americano che oggi ha come uno dei principali partner commerciali proprio gli Usa. Kim è il leader nordcoreano con l’atomica in tasca, che soltanto poco tempo Trump fa voleva distruggere “con fuoco e fiamme”.
Il messaggio purtroppo è stato assai chiaro: se hai la bomba (e anche i missili per lanciarla) gli altri ti temono e siedono con te al tavolo a negoziare. Un incoraggiamento alla corsa nucleare e alla deterrenza atomica più che un messaggio di pace e stabilità. L’equilibrio o lo squilibrio del terrore continua a funzionare come ai tempi della guerra fredda Usa-Urss, tornata sulla scena quando Trump ha annunciato il ritiro dal trattato sugli euromissili firmato da Reagan e Gorbaciov bel 1987, l’accordo che aveva segnato la fine della guerra fredda.
Nello stesso giorno a Mosca Putin ieri ha visto Netanyahu, premier di Israele, potenza atomica non dichiarata e che non aderisce al trattato di non proliferazione. Ma Usa e Israele minacciano guerra l’Iran, che, sotto controllo dell’Aiea, nel 2015 ha firmato un trattato di rinuncia all’atomica stracciato poi dallo stesso Trump. Ecco che cos’è il vero doppio standard della politica internazionale. E a Mosca ci è toccato sentire il solito ritornello del premier israeliano Benjiamin Netanyahu che l’Iran e i suoi alleati (n.d.r : Siria e Hezbollah libanesi.) è sono la più grande minaccia alla sicurezza della regione“. Tanto è vero che Netanyahu ha scaricato sulla Siria di Assad, che ospita i pasdaran iraniani, più di duemila bombe in un anno. A scopo di prevenzione, s’intende. E per di più pagate con i dollari americani dell’Arabia Saudita – con cui Israele ufficialmente non intrattiene rapporti diplomatici – provenienti da un fondo di due miliardi e mezzo di finanziamento a fondo perduto ricevuti a sostegno di possibili azioni militari israeliane contro Hezbollah (in Libano e Siria) ed Hamas (nella striscia di Gaza). Perché si sa, l’Arabia Saudita è in guerra permanente con gli sciiti in qualunque parte del mondo.
Ciononostante, avere la bomba atomica non può risolvere di per sé le crisi regionali incancrenite da decenni , come appunto quella palestinese in Medio Oriente. Ne è ulteriore esempio la contrapposizione l’alleanza “Usa-Israele-Arabia Saudita” contro l’intesa “Iran-Russia-Turchia”. Due blocchi geopolitici entrambi innaturali ma impegnati in una lunga guerra per procura in scenari terzi , come il Libano e la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan.
In realtà la bomba atomica è uno strumento per continuare le guerre fredde che circolano nel mondo e trasferirle in altri scenari. Oppure come mezzo per avviare trattative diplomatiche concrete come sta avvenendo tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord. Anche se non siamo di fronte ad una regola omogenea e buona per tutti i teatri di crisi. Cosa che invece, dopo decenni, non è ancora avvenuta tra Pakistan e India che alternano momenti di distensione ad altri di scontro. Due potenze nucleari, che la bomba ce l’hanno da decenni. E la tensione tra i due Paesi resta sempre alta. Anche di recente quando il Pakistan ha abbattuto due jet indiani (Delhi sostiene uno solo) che avrebbero sconfinato nello spazio aereo pakistano. L’episodio non è da improvvisa dichiarazione di guerra, ma è sintomatico della permanenza di un costante e permanente braccio di ferro tra le due superpotenze atomiche asiatiche e confinanti. Temperatura che si era già rialzata a febbraio scorso dopo gli attacchi alle truppe indiane di confine di un gruppo estremista secessionista del Kashmir filopakistano . Dal 1947, anno della suddivisione in due stati autonomi della ex colonia britannica , ci sono state quattro guerre indo-pakistane e ogni volta il mondo ha trattenuto il fiato, tutti consci che si tratta di duellanti entrambi in possesso della bomba atomica .
Così, si dimostra al contesto internazionale che avere la bomba atomica è un vantaggio. Un “must” che può fare la differenza. Perché possedere la deterrenza nucleare serve a non essere attaccati ed offre la possibilità di poter trattare da pari a pari con gli Stati Uniti e la NATO. Per questo motivo l’Iran in passato ha tentato di fabbricarsene una. E la Corea del Nord tiene al suo arsenale atomico perché Kim Jong-un non vuole fare la fine del Colonnello libico Gheddafi che nel 2003 (accettando l’ultimatum anglo-americano) rinunciò alla sue armi di distruzione di massa ed all’autonomo e pieno controllo del legittimo spazio aereo libico. È interessante notare che, in quell’occasione, le “centrifughe libiche” per l’arricchimento dell’uranio finirono in mano agli Usa e ad Israele che le usarono per sviluppare un modello di cyber attacco denominato “Nitro Zeus” (che oggi risulta scagliato contro il Venezuela mettendo in ginocchio ogni domenica la rete elettrica del paese sudamericano) che è stato utilizzato già contro le installazioni nucleari iraniane con l’operazione Stuxnet. Con un virus inserito nel sistema informatico della centrale nucleare iraniana di Natanz, furono fatte fuori, in meno di un minuto, ben 960 centrifughe.
Va detto che oggi con la possibilità di ricorrere ad una cyberwar – cioè l’opzione della guerra informatica – potenze come Usa, Russia e Cina sono già in grado oggi di mettere fuori uso un intero arsenale nucleare e mettere in ginocchio la funzioni di uno intera Nazione, come si è visto nei recenti attacchi informatici al Venezuela. Per questo la corsa all’atomica non si ferma, e corriamo il rischio di continuare a tenere il mondo nelle mani di un Dottor Stranamore di turno.
La ricetta ? A parte L’uso del buon senso, c’è bisogno di riportare in vita l’ONU. Riprendendo la strada del dialogo, della legalità internazionale, dei principi di civiltà, della Politica che torna ad esercitare una egemonia “democratica” sulle deliranti multinazionali finanziarie liberiste.